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August 26 Tra un mese a casaPrima di iniziare il resoconto degli ultimi giorni, dovrei spendere una doverosa parola su Emilio, detto "Fernandez". Argentino di origine, residente a Roma e padre di una bambina colombiana (adottata) di nome Anyi. Sapevo, appena l'ho visto in reception la domenica in cui è arrivato, che era una persona interessante e meravigliosa. Lunedì sera ci ha tenuti incollati ai tavolini del bar dell'hotel facendo giochi di prestigio con le carte, e pochi giorni dopo è riuscito miracolosamente ad aggiustare il mio pc e a liberarlo di tutti i problemi che aveva. Beh, quasi tutti, ma finché dura fa verdura, dico sempre io.
Quindi ben venga. Quando uno è "maco" è MACO. Di solito ci incantiamo ore ad ascoltarlo parlare, io e le altre, e Jacopo ci cazzia perché non diamo spago ai restani cento ospiti. Che certo, non è colpa nostra se gli altri sono poco collaborativi e non ci trasmettono nulla. I "nuovi acquisti" del Canyamel Park non sono sto granché. Settimana di "gente x", come direbbe Laura. La scorsa settimana invece ci ha lasciati, come sempre, un grande gruppo Malpensa, tra cui gruppi di famiglie che in una settimana sono riusciti a conquistarmi, come Federica che mi ha regalato il materassino che ora se ne sta nell'angolo del nostro balcone e la sua famiglia, che di me hanno detto che sono la migliore. Come Orietta e Bruno (identico ad Enrico Papi), coppia veronese troppo simpatica, come i due hippies di mezza età con un figlio di cinque anni che era un diavolo, come la povera Elena, una bambina con problemi mentali che si è affezionata da subito, e la sua famiglia, soprattutto il padre, che con la sua dolcezza mi lucidava gli occhi ogni volta, perché per seguire una bambina quasi autistica è un impegno e una sfida per la stabilità psichica di chiunque. Avrei voluto dirglielo, domenica sera all'aeroporto, di che persona stupenda fosse, con quel sorriso enorme sempre pronto ed un cuore che abbracciava il mondo. Poi ci sono il mio giro di perle comprato ai negozietti e gli orecchini di legno rubati senza farmi accorgere, c'è la Monster in frigorifero, come quella che bevevo sempre in Messico, e il caldo terribilmente afoso degli ultimi dieci giorni. C'è Jacopo con i cazzi suoi che a volte reagisce male ma sappiamo che non lo fa per cattiveria, che MAI lo incontreremo un capo animazione così tollerante e disponibile. C'è il nostro appartamentino con vista sui campi da tennis e il tavolino fuori dove Sarina fuma sempre la sigaretta al mattino e alla sera. C'è l'ananas aperto su gentile concessione di Laura e il piattino di caramelle sul tavolo del soggiorno. C'è la stella marina ormai morta che tre bambini olandesi mi hanno regalato lo scorso venerdì alla Playa d'es Trenc. Che se avessero saputo che l'idea di ributtarla a mare più tardi era una bugia (anche se ci ho messo parecchio a decidere di ucciderla così, per un puro egoistico desiderio personale), non me l'avrebbero mai lasciata. Ci sono le due coppie torinesi di Tony e Monica e Ivan e Adriana, nostri inquilini del Playa Canyamel, che partono domani e a noi sembra una vita che li conosciamo perché si sono subito fatti voler bene. Anzi, a dire il vero ci sono solo Tony, Monica e Ivan, perché Adriana se n'è andata ieri, apparentemente senza lasciare traccia. Erano in crisi e le vacanze li hanno rovinati del tutto. Sono tra le persone che voglio assolutamente andare a trovare una volta rientrata in Italia. C'è che agosto è quasi finito e ormai si fa il conto alla rovescia con l'interessante sfida a chi dore di meno e macina di più. Tra un mese sarà di nuovo casa. C'è il pianoforte del bar dell'hotel che ogni tanto qualcuno tocca, come Luciano, parrucchiere quarantacinquenne in vacanza con la famiglia, su cui qualcuno ha già messo gli occhi. Ricambiato, sembrerebbe. Non parliamo dei suoi due bellissimi figli. Mi chiedo se la sua altrettanto bellissima moglie sappia quanto rischia a portarlo a spasso. Di quanto fosse affascinante, io me ne sono accorta solo qualche giorno dopo, quando sabato scorso al pianoforte ha suonato RIMMEL. Si sa che i musicisti su di me hanno una leva particolare. In effetti, dopo dieci giorni qui, la voglia di sentirlo sulla pelle diventa irresistibile anche per me, che normalmente non subisco neanche il fascino dell'uomo maturo. Irresistibile come il modo in cui ci guarda a volte, quell'aria a metà tra la sfida e la consapevolezza che è solo un gioco, "il gioco della follia" di cui parlava Erasmo da Rotterdam. Laura ha preso una sbandata e punta ad averlo, e lui non sembra tirarsi indietro. L'obiettivo diventa comune, ma già so che non c'è trippa per gatti. Che se sapessi come fare a non cercare costantemente i suoi occhi, giuro che lo farei. E vorrei sempre vederlo apparire da solo, per vedere se è all'altezza dei suoi anni. E gioco a fare la sfacciata senza poi sapere dove andare. E poi c'è il dubbio di tornare a casa. C'è la paura costante di trovare le cose cambiate rispetto a come io le ho lasciate, e stavolta qualcosa mi dice che, se davvero non avrò un punto fermo quando questa esperienza a Mallorca finirà, allora avrò trovato la chiave per aprire la porta e staccarmi completamente dalla mia vecchia vita. Anche se ora, l'unica cosa che conta è il matrimonio di Marta. L'unico valido motivo per cui vale la pena tornare a casa. A parte, ovviamente, la mia famiglia. Comments (3)
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